Fa rabbia e tristezza la tragica morte improvvisa di un ragazzo di soli 22 anni a Pontedera, stroncato da un arresto cardiaco mentre giocava a calcetto. Fa tristezza perché è solo uno dei tanti, troppi morti che ogni anno, ogni giorno, ogni ora, sono vittime di questo killer silenzioso e sottovalutato, che si porta via 200 persone al giorno, senza weekend o feste, collezionando 70.000 morti ogni anno.
Ma fa anche rabbia; rabbia di leggere ancora, ogni giorno, di giovani pieni di vita e di progetti, che vengono uccisi dalla morte improvvisa, certo, ma soprattutto e ancora di più dall’indifferenza, dall’ignoranza e dalla disonestà di chi avrebbe il dovere legale e morale di tutelare la loro sicurezza.
E non è sufficiente che a morire fossero anche personaggi “famosi” dello sport o dello spettacolo; non è sufficiente che da settembre 2012 la legge italiana renda obbligatorio in ogni luogo in cui si pratica sport la presenza di un defibrillatore automatico o semiautomatico (DAE), unico strumento in grado di aumentare del 50 e oltre % le possibilità di sopravvivenza. Perché ancora oggi, tra l’indifferenza e il non rispetto delle normative, si continua a morire.
E questo giovane ragazzo di 22 anni non è che l’ultimo di una lunga lista, una lista fatta per la maggior parte di anonimi, di giovani sani, vitali, pieni di progetti; anonimi di cui nessuno si ricorda, tranne gli amici e le famiglie, giovani la cui morte, perché avvenuta nel momento sbagliato, non è stata nemmeno segnalata.
Eppure le cose stanno cambiando e speriamo cambieranno ancora, da quando abbiamo iniziato la nostra campagna nel 2007. Abbiamo cominciato a parlare di rianimazione cardio-polmonare e di defibrillazione precoce, abbiamo installato i primi DAE, formato i primi first responders, tutto questo tra l’indifferenza e la derisione dei molti, delle istituzioni e spesso dei colleghi, ma aiutati dalla grande sensibilità, attenzione e volontà delle persone comuni che hanno continuato a seguirci, hanno donato DAE, hanno chiesto corsi per impararne l’uso.
E adesso, dopo 5 anni, 117 DAE installati, migliaia di operatori formati e una legge che li renderebbe obbligatori ovunque si pratichi sport, leggere notizie come questa di Pontedera ci fa male.
Ma allo stesso tempo ci stimola e ci incoraggia a continuare, a non arrenderci e a proseguire sulla strada che abbiamo scelto di percorrere, perché notizie simili portino sempre di più la coscienza del soccorso e dell’emergenza. Perché notizie così non si ripetano. Perché sempre di più si possa leggere sui giornali non di una giovane vita stroncata, ma di una giovane vita salvata. Perché, passo dopo passo, come la goccia del proverbio, anche la montagna dell’indifferenza e del non rispetto possa essere scavata e abbattuta.
Per questo non ci siamo lasciati abbattere dalle difficoltà, per questo andiamo avanti con un sorriso quando ci viene chiesto chi ce lo faccia fare. Perché la morte di questo giovane ragazzo, come quella di tanti altri, non resti una tra le tante, ma serva a cambiare qualcosa concretamente.








